Sveglia presto e si riparte per Phnom Penh (per la gioia di Berna).
Starò un paio di giorni a oziare e poi prenderò una nave che mi condurrà al delta del Mekong, poi a Ho Chi Minh City, la vecchia Saigon, dove arriverà una mia amica, con la quale farò un numero ancora imprecisato di giorni.
Il viaggio verso PP è in un minibus da quattordici persone sul quale siamo venticinque, questo fa si che io sia seduto nella posizione più scomoda del mondo, con la schiena a pezzi e possa scordarmi il posto per le gambe. Una mini televisione trasmette ininterrottamente qualche show cambogiano, una sorta di zelig locale che provoca fragorose risate alle mie spalle seguite da rumorosissime scatarrate fuori dai finestrini. Ci sono in particolare tre persone che ridono tantissimo e mi piacerebbe sapere se sono i più estroversi o solo i più scemi. Il tizio alle mie spalle ogni volta che scoppia a ridere commenta col vicino; io mi son fatto la mia storiella mentale per cui lui in realtà sia senza cervello e sia l'unico che ride a battute stupidissime e poi le spiega in giro convinto di essere stato l'unico a capirle.
E proprio mentre scrivo parte il karaoke cambogiano! Se solo usassero le nostre stesse lettere mi metterei a cantare a squarciagola. Che bella parola squarciagola! È così truce eppure quando riferita al cantare diventa sinonimo di libertà.
voglio assolutamente andare a fnommpenn .
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